Vi siete mai chiesti perché la “gestione del rischio clinico” venga talvolta percepita dal professionista sanitario con scetticismo, fastidio, praticamente come un ennesimo caso di burocrazia che va a interferire con il lavoro vero? Con questo quesito inizia il libro “Una professione pericolosa. Introduzione alla gestione del rischio clinico” di Carlo Benzoni, medico italiano che svolge la professione in Gran Bretagna da 15 anni.

Dott.Carlo Benzoni

Da cosa nasce l’idea del libro? 

Il libro nasce dall’esigenza di codificare in maniera definitiva la struttura e gli argomenti che costituiscono il Risk management clinico. L’obiettivo è di proporre un testo di riferimento affidabile che offra al professionista sanitario una mappa accurata del rischio e gli strumenti pratici per evitarlo, aiutandolo così a limitare errori, incidenti e denunce.

Perché una professione pericolosa? 

Il titolo “Una professione pericolosa” racconta le difficoltà giornaliere di medici e infermieri che cercano di sopravvivere fino alla fine del turno tra carichi di lavoro estenuanti, scarsità di risorse e interferenze burocratiche. Un vero e proprio position statement di come tale contesto risulti molto pericoloso non solo per i pazienti, ma anche per lo stesso professionista sanitario che, quando si verifica un incidente, è il primo a essere indicato come il responsabile principale e rischiare una denuncia.

Quali sono gli elementi principali che contribuiscono a rendere il sistema sanitario un sistema ad alto rischio di incidenti?

Il fattore di rischio maggiore dei sistemi sanitari e quello di essere dei cosiddetti “sistemi complessi”, ovvero caratterizzati da un’intricata interazione tra le varie componenti organizzative, tecnologiche e umane. Gli effetti di tali interazioni tendono a propagarsi “sottotraccia” fino a quando causano una voragine (l’incidente) dentro la quale il sanitario sprofonda. Un problema aggiuntivo è che questo sistema “complesso” viene gestito ormai da decenni con modelli strategici e operativi inadeguati e che non rispondono più alle esigenze di qualità e sicurezza; infine, la scarsità di risorse (organici, posti letto ecc.) unite a pressioni per una maggiore produttività contribuiscono sicuramente a rendere l’attività medica più frenetica e quindi suscettibile a incidenti.

Nell’immaginario collettivo, quando sopraggiunge un problema in ambito sanitario l’errore medico è un’entità isolata, ma non è così…quali sono gli altri fattori?

Quando si verifica un incidente, l’istinto ci spinge ad identificare un colpevole: il responsabile dell’azione incriminata. In sanità, il colpevole viene solitamente individuato nel professionista che commette quell’azione che precede immediatamente (in senso temporale) l’incidente come nel caso dell’infermiere che somministra la medicina sbagliata al paziente o del chirurgo che dimentica una garza nell’addome del paziente operato. Eppure anche questi casi, che a prima vista sembrerebbero errori isolati e indifendibili, originano quasi sempre da difetti del contesto lavorativo come per esempio nel caso di stanchezza che si accumula a causa di eccessivi carichi di lavoro, organici ridotti e relativi turni massacranti; altrettanto influenti sul rischio sono una leadership incapace, rapporti disfunzionali all’interno dei team, processi operativi obsoleti, ma anche tecnologia superata, problemi di logistica ecc. Insomma, ciò che appare un errore isolato è invece quasi sempre il frutto di una concatenazione di eventi e fattori predisponenti del contesto lavorativo per cui chiunque si trovi ad operare in quelle condizioni rischia di commettere lo stesso errore nonostante la migliore preparazione e le migliori intenzioni.

Quanto è importante per il professionista sanitario conoscere i concetti fondamentali del Risk Management?

Quando faccio indagini su gravi incidenti ospedalieri, la prima cosa che salta agli occhi è che i professionisti sanitari coinvolti sono spesso degli ottimi clinici ma con lacune evidenti in gestione del rischio clinico. In pratica, si sono trovati ad attraversare ogni giorno il campo minato del rischio senza una mappa né gli strumenti idonei, finendo per saltare (metaforicamente) in aria, distruggendo la propria serenità professionale, personale e familiare. 

Il rischio clinico non si può eliminare ma è possibile gestirlo. In generale, come? 

La gestione del rischio clinico si articola fondamentalmente in due direzioni: la prima è un’azione di formazione di tutto il personale sanitario affinché acquisisca le conoscenze e gli strumenti pratici per riconoscere il rischio ed evitarlo. Esiste poi quella parte del risk management che si occupa di analizzare gli incidenti e individuare le azioni correttive, di cui si occupa principalmente la dirigenza amministrativa. Il libro “Una professione pericolosa” vuole principalmente facilitare e sostenere il professionista sanitario nel suo percorso formativo, da cui l’invito a tenerne una copia nella tasca del camice come fosse un “manuale di sopravvivenza” a cui fare riferimento in momenti delicati della pratica giornaliera.

Lei è un medico italiano che svolge la professione in Gran Bretagna da molti anni. Perché la scelta di trasferirsi all’estero?

All’inizio degli anni duemila, mentre ancora lavoravo a Roma, fui selezionato da un gruppo di cacciatori di teste del Sistema Sanitario britannico (NHS) ed invitato a più riprese a ricoprire il ruolo di Consultant Surgeon in alcuni ospedali oltremanica. All’inizio declinai le offerte, ma dopo un insistente “corteggiamento” di quasi due anni mi convinsi che fosse giunto il momento di cogliere quell’opportunità.

Da Consultant Surgeon alla specializzazione nel campo della gestione del rischio clinico. Cosa l’ha portata a dedicarsi a questo aspetto della sanità? Quali sono le differenze principali tra l’Italia e l’estero?

Tutto è cominciato con il caso di Margaret, una delle mie pazienti più anziane che aveva superato brillantemente un difficile intervento d’urgenza e “clinicamente” pronta per essere dimessa. In attesa che i servizi sociali organizzassero l’assistenza domiciliare, il ricovero si prolunga di un paio di giorni durante i quali contrae una brutta polmonite ospedaliera che richiede cure aggiuntive e prolungamento del ricovero. In breve, un problema organizzativo “non clinico” aveva causato a Margaret una brutta complicanza e risultava chiaro che la competenza clinica su cui mi ero preparato per anni, e a cui naturalmente facevo affidamento, non era stata sufficiente a proteggerla. Ho quindi cominciato ad interessarmi alla Gestione del rischio clinico intraprendendo un percorso intensivo di formazione ed impiegando le competenze apprese in progetti di crescente complessità.

Nell’ultimo decennio, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il Risk management clinico ha vissuto una buona fase di espansione, soprattutto in area manageriale. Lo staff clinico invece, percependo tale disciplina come un’interferenza alla propria indipendenza clinica, lo ha per lo più rigettato come un “corpo estraneo”. Il risultato è che la Gestione del rischio clinico è rimasta ad appannaggio del management finendo per assorbirne finalità e gergo, al contempo diventando materia sempre più remota, ostica, se non addirittura ostile per lo staff clinico. Ho la sensazione che in Italia siamo ancora in tempo per evitare questo “corto circuito” a patto che ci si impegni in un’ampia azione di formazione del personale sanitario tutto e non solo di coloro che occupano posti apicali. 

Negli anni è stato a capo di numerose commissioni d’inchiesta sui gravi incidenti ospedalieri, ha diretto progetti di profilo aziendale e nazionale in ambito del risk management. Nel 2016 ha fondato “Quality Improvement Italia”, di cosa si tratta?

Quality Improvement Italia è una piattaforma di divulgazione e formazione in Gestione del rischio clinico la cui attività si articola prevalentemente attraverso divulgazione social, seminari e masterclass. Sono disponibili anche sessioni personalizzate di formazione e sessioni di consulenza individuale per quei professionisti che stiano cercando una soluzione a situazioni lavorative percepite come pericolose, disfunzionali o a rischio denuncia. Il gruppo svolge anche una selezionata attività di consulenza strategica in Risk Management a livello di team, dipartimenti e ospedali.

L’ultimo lavoro è il libro “Una professione pericolosa. Introduzione alla gestione del rischio clinico”. Qual è il suo messaggio?

Il messaggio principale è che la stragrande maggioranza delle morti e delle complicanze in ambito medico sono causate da problemi organizzativi e di gestione dei processi sanitari e non da professionisti sanitari impreparati o negligenti: cosa che la recente pandemia ha reso assolutamente evidente. Al professionista sanitario dico che non basta più avere un’ottima preparazione clinica per evitare errori, incidenti e denunce, non basta più saper fare una diagnosi, non basta più prescrivere la terapia giusta: occorre padroneggiare quelle competenze non-cliniche che consentono di “consegnare” le cure giuste al paziente, senza ritardi e senza incidenti e che vanno sotto il nome di Gestione del rischio clinico. 

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