Il mondo sta attraversando una vera e propria rivoluzione tecnologica che ora, spinta dalla pandemia, andrà ancora più veloce. Il Covid è stato un acceleratore di tanti processi, tra cui anche la digitalizzazione. Ci ha obbligati a stare al passo, a trovare soluzioni innovative in un momento in cui non ci si poteva muovere, ma il mondo non si poteva certo fermare. Siamo arrivati all’industria 4.0: le nostre fabbriche, così come tutti noi, sono sempre più digitali e interconnesse. Velocità, semplificazione, innovazione, produttività, smart manufactoring, digitalizzazione, IoT (Internet of Things), big data: queste sono le parole chiave della nuova epoca. Un’epoca che richiede competenze adeguate, fornite dai percorsi di studio STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e per ora riservate quasi esclusivamente alla sfera maschile. Un gap non solo italiano: nel mondo, meno di 4 laureati su 10 nelle materie STEM sono donne. 

Secondo un’indagine realizzata da Almalaurea, le donne tendono a scegliere percorsi di studi umanistici e letterari; solo il 17% opta per corsi di laurea in materie STEM, con ovvio riflesso nel mondo del lavoro. Inoltre, anche se le poche ragazze iscritte a corsi STEM si laureano in media con voti più alti e nei tempi previsti, non ottengono gli stessi risultati e riconoscimenti lavorativi dei maschi.

Perché così poche donne scelgono di entrare nel mondo della scienza e della tecnologia? Le cause sono diverse: la mancanza di autostima, l’esistenza di pregiudizi, anche nelle famiglie, che vedono ancora incompatibile il binomio donna e scienza, e che portano già le bambine a sentirsi inferiori rispetto ai maschietti in questi ambiti. Le donne sono svantaggiate anche nel lavoro: i loro stipendi sono spesso e volentieri più bassi, anche a parità di esperienza e livello di istruzione Prevale tutt’oggi l’idea che vede la donna più adatta ad occuparsi della casa e della famiglia piuttosto che di scienza, formule matematiche e tecnologia. La situazione non cambia nella ricerca e nell’università, anche lì le barriere per le donne sono molto alte. Nel mondo, le donne rappresentano solamente il 30% dei ricercatori; in Europa, nei settori tecnologici, la disparità è fortissima: gli uomini sono l’83% del totale. In Italia, come è emerso da uno studio reso pubblico da Save the Children, nelle aree Stem, le giovani rappresentano il 41% dei dottori di ricerca, il 43% dei ricercatori accademici, solo il 20% dei professori ordinarie e tra i rettori solo il 7% sono donne.

Sono pochi, ancora, i modelli importanti di riferimento, ma ci sono donne che sono il nostro orgoglio qui, nel nostro paese e nel mondo. Pensiamo a Rita Levi Montalcini, Fabiola Gianotti, Samantha Cristoforetti. Ricordiamoci di Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita, le tre ricercatrici che nel febbraio scorso hanno isolato il Coronavirus nei laboratori dello Spallanzani, o delle meno famose ma altrettanto brave ricercatrici AIRC, e di tantissime altre che ogni giorno studiano, lavorano e si impegnano con grande passione. 

Secondo un rapporto dell’OCSE, nei prossimi otto anni il PIL mondiale potrebbe aumentare più di due punti percentuali se il gap di partecipazione delle donne all’economia si dimezzasse. 

La parità di genere è stata uno dei punti importanti toccati dal presidente del Consiglio Mario Draghi, nel primo discorso al Senato lo scorso 17 febbraio. “La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo”. “Una vera parità di genere – ha continuato – non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”. “Garantire parità di condizioni competitive significa anche – ha aggiunto – assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese”, ha concluso Draghi. Quali sono questi ambiti? Il presidente del Consiglio li aveva citati poco prima nel suo discorso: quelli che puntano sulle competenze chiave nella digitalizzazione, ambiente, tecnologia. 

Colmare il divario di genere è uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile posto dalle Nazioni Unite, soprattutto in relazione all’incidenza femminile nell’ambito delle materie STEM. E se nel Recovery Fund, nella missione 4 dedicata all’Istruzione e alla ricerca, un capitolo si occupa proprio alle materie STEM, ciò che serve davvero, oltre ai fondi, è un cambio di mentalità, radicale. È necessario un grandissimo lavoro, da parte delle famiglie e degli insegnanti in primis, facendo anche attenzione ai messaggi veicolati attraverso i testi scolastici, e sfatando l’immagine della studentessa in difficoltà con le materie scientifiche e lo stereotipo della mamma a casa e del papà al lavoro. Bisogna abbattere i pregiudizi e i cliché, questa è la vera e difficile sfida che abbiamo davanti per le future generazioni. 

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